Fanno fede sia la parola scritta sia quella orale; l’oratore si riserva di discostarsi sensibilmente dal manoscritto.
I. Saluto
Signor presidente,
Liebe Mitbürgerinnen und Mitbürger aus der ganzen Schweiz,
Chèrs compatriotes de la Suisse romande,
Cari connazionali della Svizzera italiana,
Caras convischinas e chars convischins da la Svizra rumantscha,
Fedeli e cari Confederati,
Care donne e cari uomini!
Ci siamo radunati qui, sull’area del Tellspiel nell’Oberland bernese, per ricordare in una cornice solenne e degna il giorno natale della nostra Confederazione.
Qui – in questo luogo – si testimonia ogni anno l’origine del nostro Paese, la volontà incrollabile di decidere da sé del proprio destino.
Nessun dominio straniero e nessun giudice straniero devono essere tollerati.
È quanto è immortalato nel Patto federale del 1291, custodito nell’Archivio del Patto federale a Svitto.
E questa carta della libertà del 1291 è anche all’origine del grandioso dramma «Guglielmo Tell» del poeta tedesco Friedrich Schiller, che nel 1804 ha saputo esprimere, nella sua celebre opera teatrale, l’essenza stessa del nostro Paese.
Il 1291 – l’anno di nascita del nostro Paese – è lontano nel tempo. Eppure il messaggio della fondazione della Svizzera resta determinante fino ai giorni nostri – non solo per la Svizzera, ma per tutti gli Stati liberi. Gli Stati Uniti,ade esempio, hanno celebrato recentemente la celeberrima «Declaration of Independence», emanata 485 anni più tardi, che sancisce l’indipendenza degli Stati Uniti dall’Inghilterra. È come nella rivendicazione fissata nella carta della libertà: non vogliamo giudici stranieri – non alla lettera, ma nel medesimo spirito.
È una rivendicazione senza tempo, ed è proprio per un piccolo Stato come la Svizzera una necessità vitale.
Il Patto federale della Confederazione Svizzera annota, nelle sue prime righe, di essere stato redatto e concluso «in considerazione della malizia dei tempi».
«La malizia dei tempi» non è, per la Svizzera, un’eccezione: è la norma. Proprio oggi lo viviamo di nuovo. Quanti sono attualmente pronti a sacrificare i pilastri che hanno fatto la fortuna del nostro Stato – l’autodeterminazione e la libertà del nostro Paese?
Questi valori fondativi del nostro Stato – fissati nel Patto federale – Friedrich Schiller li rappresenta in modo particolarmente incisivo nel suo mito «Guglielmo Tell».
Proprio uno straniero, Friedrich Schiller, lo ha compreso. Come oggi, già allora certi stranieri hanno colto il significato e la singolarità di quel lembo di terra che è la Svizzera e del suo Stato meglio di più di un politico svizzero. Nacque così uno dei più grandiosi drammi teatrali di ogni tempo – proprio sulla fondazione del nostro Stato svizzero.
E questo dramma è stato rappresentato in modo magnifico, per anni e fino a oggi, proprio in questo luogo.
Così anche la mia famiglia – con i figli e più tardi con i nipoti – è venuta qui, anche quest’anno e sempre di nuovo, ad assistere alla rappresentazione del Tell, e tutti sono sempre tornati a casa entusiasti.
II. L’eterna tentazione
Ma che cosa ci mostra il «Tell» di Schiller? Anzitutto l’opera attesta le eterne tentazioni e lusinghe di giungere, per il tramite di potenze straniere, a qualcosa di più grande e a maggior potere.
Il giovane Ulrich von Rudenz, nel «Tell» di Schiller, si mostra abbagliato dallo splendore e dai bagliori, dalla magnificenza e dalla ricchezza della corte regale asburgica, dove aveva potuto trascorrere qualche tempo. Ne parla con trasporto allo zio Attinghausen, del paese di Uri, esattamente nel modo in cui oggi i nostri diplomatici e tutta la Berna federale decantano al Popolo svizzero l’UE e la corte regale di Bruxelles.
Udite come Rudenz, uomo di mondo – così crede lui –, nobilmente vestito, con un mantello sfarzoso e una fiera piuma di pavone sul cappello, parla al suo vecchio zio Attinghausen, di ben diverso sentire, che si batte per l’indipendenza:
«Invano ci opponiamo al re.
Il mondo è suo: vogliamo forse noi soli,
ostinati, irrigidirci e incaparbirci,
per spezzare la catena di terre
ch’egli possente ci ha stretto d’intorno? […]
Dalle sue terre, come da una rete,
siamo avviluppati e racchiusi d’ogni parte.»
Li sentite i nostri politici di oggi? Sì, anch’essi dicono:
«Non possiamo mica restare in disparte, isolarci da questo grande Stato amministrativo europeo. Non possiamo mica essere un caso a parte!»
Il devoto agli Asburgo Rudenz, nel «Tell» di Schiller – proprio come i seduttori di oggi – prosegue dicendo quanto sarebbe facile prender parte a quelle regioni del potere. Le sue parole suonano così:
«Basterebbe una sola, lieve parola
per liberarsi in un istante dall’assillo,
e guadagnarsi un imperatore benevolo.»
(A quanto pare, anche gli antichi Confederati venivano già messi sotto pressione dall’esterno.)
Sì, davvero: una piccola parola – anche per la cosa più insensata – basta. Ancora una volta, anche oggi. Chi vuole esserci non deve far altro che dire Sì al seducente cammino verso la grandezza, il potere e lo sfarzo. Ma dire Sì significa al tempo stesso: la scomparsa della propria libertà, dell’autodeterminazione e della responsabilità personale.
Ma Attinghausen e i Cantoni primitivi non dissero mai Sì alla via comoda e all’adattamento.
Ciò che Rudenz non poteva ancora sapere: quello sfarzo e quella potenza dell’allora regno asburgico, quella gloria abbagliante sono tramontati da un pezzo. Ma la Svizzera, che seppe resistere a quella magnificenza, vive ancora e continuerà a vivere nella libertà. Ma soltanto se noi Svizzeri sapremo opporre resistenza alla tentazione della grandezza.
Rudenz, però, nel «Tell» di Schiller, non vuole soltanto l’adattamento e l’inserimento nell’impero asburgico per il bene del Paese. Egli ha inoltre un interesse personale – come anche i nostri politici. Per Rudenz è l’amore per la bella Bertha von Bruneck, di nobile casato austriaco. Pur di piacerle, è disposto a tradire la propria patria. Da noi sono altri gli interessi personali: denaro e potere per i politici in prima persona.
Rudenz vuole conquistare Bertha von Bruneck e sarebbe pronto a sacrificare per lei la libertà e l’autodeterminazione del Paese. Esattamente come molti politici di oggi.
Ma Rudenz si è sbagliato. Bertha von Bruneck non intende adattarsi. Ella dice:
«Nei Waldstätten si trovano i miei beni.
E se lo Svizzero è libero, lo sono anch’io.»
Ella dà ragione ai Waldstätten e contraddice Rudenz, professando la propria adesione al patto di libertà:
«Gente del Paese! Confederati!
Anch’io posso unirmi al vostro novero.»
Solo quando anche Rudenz si ravvede si giunge alle nozze, allorché Bertha dice:
«Ebbene, porgo la mia mano a questo giovane,
La libera Svizzera all’uomo libero!»
E di nuovo il parallelo con l’oggi: i politici svizzeri vogliono compiacere ai commissari dell’UE, all’UE, e promettono che la Svizzera debba rinunciare a sé stessa a vantaggio dell’UE. Non chiedono, è vero, la mano di Bertha von Bruneck, bensì il favore dei commissari dell’UE e di Ursula von der Leyen. Ma non si avvedono che, anche oggi, nell’UE esistono delle salde Bertha von Bruneck. Ovunque io vada in Germania, mi si dice: «Quanta ragione avete voi Svizzeri! Conservate la vostra libertà e la vostra autodeterminazione. Una firma agli accordi di integrazione con l’UE non farebbe che sminuire il vostro prestigio.»
III. Eroe della libertà
Guardiamo a Guglielmo Tell, il protagonista del dramma di Schiller:
Guglielmo Tell è l’eroe della libertà. Friedrich Schiller fu e rimane il poeta della libertà. E i nostri antenati del 1291 sono gli eroi della libertà, e la Svizzera è il Paese della libertà – almeno finché avremo cura di questa libertà.
Guglielmo Tell era un combattente solitario, anzi un uomo solo. Compì il celebre tiro alla mela e anche l’uccisione del tiranno Gessler del tutto da solo, sotto la propria responsabilità. La sua spiegazione: «Il forte è più potente quando è solo.» Vale anche oggi: vi sono azioni che si devono compiere da soli, del tutto soli, sotto la propria responsabilità. Questa solitudine va sopportata.
Tell compì sì da solo l’uccisione del tiranno Gessler, ma con ciò liberò l’intera comunità dei Confederati. «Uno per tutti!» Con la sua saggezza di vita «l’uomo giusto pensa a sé stesso per ultimo» egli era interamente votato alla buona causa, senza riguardo per la propria persona. Non cercava contese con nessuno, ma sapeva: «Neppure il più pio può restare in pace, se ciò non piace al malvagio vicino.»
Signore e signori, e tutto questo non dovrebbe più valere oggi? Sarebbe superato? Chi lo afferma non conosce il mondo: non è progressista, bensì retrogrado. Tutto ciò va richiamato alla memoria e ricordato nel 735° anniversario della Confederazione Svizzera.
IV. Eroe della libertà armata
Ma Tell non era soltanto un eroe della libertà, bensì anche un eroe della capacità di difesa, che difendeva la libertà. Voleva proteggere e difendere la propria famiglia e la libertà dei suoi conterranei. Tell fece esattamente ciò che Gertrud Stauffacher, nel «Tell» di Schiller, consigliò al suo esitante marito Werner:
«Guarda avanti, Werner, e non dietro di te.»
«L’uomo saggio provvede per tempo.»
Bisogna dunque armarsi per tempo, per essere pronti in caso di necessità. Guglielmo Tell è quindi addirittura un simbolo della capacità di difesa, e così si giustifica:
«Mi manca il braccio, se mi manca l’arma.»
Ed egli esigeva che si formassero adeguatamente le nuove generazioni, affinché anche i giovani siano pronti:
«Presto si esercita chi maestro vuol diventare.»
Oh, avessero dato un po’ più ascolto a Tell tutti gli apostoli della pace e i dubbiosi borghesi degli ultimi decenni, che hanno mandato in rovina il nostro esercito! Le verità eternamente valide vanno prese sul serio!
V. Autodeterminazione e neutralità
I Confederati non si sollevarono nel 1291 per conquistare terre altrui e rubare beni altrui, bensì per decidere essi stessi del proprio destino. L’ora natale del giuramento del Grütli sta per la convinzione che la responsabilità della propria comunità non possa essere ceduta a potenze straniere: «Non vogliamo giudici stranieri.» Gli antichi Confederati non volevano essere né sudditi di un imperatore né essere alla mercé di interessi stranieri. Ciò vale in ogni tempo! E ciò vale anche oggi in modo particolare.
Così, in 735 anni, i Confederati dovettero conquistare la loro libertà in numerose guerre di liberazione: al Morgarten, a Sempach, a Näfels, a San Giacomo sulla Birsa, nelle guerre di Borgogna di Grandson, Morat e Nancy. In seguito furono già quasi una grande potenza europea contendendosi il bottino di Borgogna, finché Nicolao della Flüe non fece dir loro: «Non fate lo steccato troppo largo!» Non immischiatevi in faccende altrui, che non vi riguardano.
Neutralità significa che la Svizzera – lo Stato – prende da sé le proprie decisioni e non si lascia trascinare nei conflitti di potenze straniere. I responsabili del nostro Paese devono saperlo: abbiamo il dovere di tenere la guerra lontana dal nostro Paese. I politici svizzeri devono essere vincolati alla neutralità permanente, armata e integrale. Per il bene del Paese e della sua gente. Purtroppo questo grande segno d’identità è messo in pericolo da politici di poca fede. Essi non vogliono una Svizzera neutrale, bensì una Svizzera in cui poter fare ciò che vogliono, per la propria gloria e il proprio sfarzo – ma a danno della gente. Per questo la neutralità svizzera deve essere iscritta più chiaramente nella Costituzione. Solo allora tornerà a essere credibile. Tornerà a essere un elemento costituzionale. Ciò genera fiducia internazionale. Il mondo intero deve poter avere fiducia nella credibile neutralità svizzera. È questo che assicura la pace, la libertà e il benessere del Paese.
VI. Stanchi della neutralità
Nel 1291 le parole di Rudenz decantavano la magnificenza, lo sfarzo e la potenza della casa d’Asburgo. Sia allora, sia nel corso degli anni, e ai nostri tempi in modo particolare, continuiamo a sentire parole simili. Per esempio le parole in occasione della votazione sul SEE/UE del 1992 e oggi – 2026 – ancora una volta prima della votazione sui trattati di sottomissione all’UE. No: nel 1291 i Confederati si opposero agli Asburgo, e come conseguenza nacque la Confederazione Svizzera.
Nel 1992 il popolo disse No al trattato SEE/UE – la Svizzera non aderì né al SEE né all’UE, e i cittadini salvarono la propria indipendenza. La rovina profetizzata da chi era stanco della Svizzera non si avverò – al contrario: la Svizzera fiorisce e prospera.
Le minacce di oggi le conoscete. Ma se la Svizzera si sottomette all’UE e firma i trattati di sottomissione – chiamati, con edulcorata menzogna, «Bilaterali III» – la Svizzera rinuncia a sé stessa. Va alla deriva sul piano economico – subentra la povertà. La Svizzera si lascia andare in rovina. Libertà e autodeterminazione sono perdute.
Ma se la Svizzera rimane fedele a sé stessa, continuerà a fiorire e a prosperare. Determinanti, per il nostro Paese, sono l’indipendenza e la libertà. Se proseguiremo su questa via, la Svizzera continuerà a esistere. Che l’ONU, l’UE e la NATO continuino a esistere, di questo non sono così sicuro!
VII. Parole conclusive
Signore e signori,
E così festeggiamo la nostra Festa nazionale. Vogliamo concludere con le suggestive strofe del «Guglielmo Tell» di Schiller:
«Alla patria, alla cara patria, stringiti,
tienla salda con tutto il tuo cuore.
Qui sono le forti radici della tua forza;
là, nel mondo straniero, stai solo,
fragile canna che ogni tempesta spezza.»
Siamo grati di poter festeggiare in libertà il 735° anniversario del nostro Paese. Ringraziamo tutti coloro che, nella storia e oggi, vi hanno contribuito. E ringraziamo Dio, che tutto questo ha reso possibile. Ciò ci sprona ad adoperarci anche in futuro per la libertà e l’autodeterminazione in questo Paese meraviglioso.
Es lebe die Schweiz!
Vive la Suisse!
Viva la Svizzera!
Viva la Svizra!